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lunedì 10 settembre 2012

Non capisco niente.

Allora. Bello. Partiamo dal fatto che non so, davvero, se provo sentimenti.
Un di quelle domande alla Matrix che mi sogno di notte e che di giorno sembrano acquistare fin troppo senso.
E proseguiamo con quella cosa chiamata sindrome di inferiorità, e poi con il suo quasi-opposto megalomania, che mi impregnano i neuroni.
Possiamo anche dire che sono al contempo diffidente e cieca. Non mi lascio avvicinare nel mondo reale, ma appena trovo un appiglio, un concetto che nella mia mente prende la forma di una persona, che mi possa salvare dal mio pensare troppo, dal mio soffrire per la confusione, mi ci aggrappo con tutte le mie forze.
Affido il cuore e l'anima a qualcosa di non tangibile, di volatile, di astratto, a qualcosa - che io chiamo qualcuno - che esiste solo nella mia testa.
E poi do del debole a chi è religioso. In verità non dovrei guardare le differenze - cioè che il mio malleabile credo non spinge a discriminazione e violenza, e che fondamentalmente mi rende diversa, al contrario della maggior parte delle religioni, che ci arginano e ci omologano - ma le uguaglianze: ognuno di noi ha bisogno di qualcosa a cui aggrapparsi, qualcosa che si adatti a noi, che ci renda sicuri di noi.
Non possiamo farne a meno. Anche lo spirito più libero ha qualcosa in cui crede.
È per questo che molti di noi vivono per qualcosa, chi per una persona, chi per una religione, chi per un cheminchianesò, chi per ciò che chiamiamo noi stessi.
Io sono per quest'ultima. Bisogna vivere per noi stessi, cioè per i nostri ideali o i nostri valori.
Bisogna vivere per ciò che riteniamo giusto.
Il punto è che io non vivo per ciò che ritengo giusto, vivo per qualcosa che gli altri vogliono che io ritenga giusto.
Ho paura di non avere senso critico, di essere condizionata, di essere come una fortezza inespugnabile per le persone a cui vorrei mostrarmi e come un libro aperto per quelli che vogliono cambiarmi.
Ho la fissa dell'emancipazione mentale. Voglio vivere per ciò che IO ritengo giusto.
E ho la fissa del non voler morire senza aver fatto nulla. Voglio fare qualsiasi cosa.
Mi sento un misto di arte e scienza.


No, non sono una meraviglia, ovviamente. La mia megalomania più o meno latente non arriva a queste vette.
Ma posso creare meraviglie. E voglio crearle.
Voglio diventare l'artista matematica che sono. E creare più meraviglie che posso, in ogni modo. Fare musica, fare letteratura, fare arte dell'immagine, fare architettura, fare scienza, medicina, imparare più cose che posso, comporre un sacco di roba, scrivere più che posso, costruirmi una casa dalle bizzarre stanze circolari tra montagne e lago e dipingerla io stessa, e poi viverci poco a causa dei miei molti viaggi in giro per il mondo.
E fare Arte, quella con la A maiuscola, quella vera, quella che cambia le persone.
E dovrei imparare a fregarmene di ciò che pensa la gente, perché le persone che contano sono quelle che non giudicano né me né gli altri.
Ma davvero io non riesco a fregarmene.
È che speculo troppo. Mi chiedo, senza paranoie, ma comunque lo faccio, cosa gli altri pensino, come gli altri metabolizzino le informazioni, come reagiscano a ciò che succede loro.
E conseguentemente a questo mi comporto SECONDO COME PENSO CHE GLI ALTRI METABOLIZZERANNO CIÒ CHE DICO, CIÒ CHE FACCIO, CIÒ CHE PENSO CHE LORO PENSANO CHE POSSA PENSARE.
Sto male, sul serio. Ognuno di noi tende a farlo, ma il fatto che io me ne renda conto e che lo scriva in caps lock è preoccupante. Però la prendo sul ridere, so che se mi impegno nel tentativo di fottermene altamente allora riuscirò, e che se riuscirò risolverò gran parte dei miei problemi.
E magari risulterò meno socialmente imbarazzante.
"Lol".

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